L'ALBA DEL PRIMO MAGGIO
Tornavo a casa sulla vespa, rombando per le campagne di bologna. Era l'alba e viaggiavo con una mano in tasca per il freddo ed una sull'acceleratore. La testa era vuota, ballare ballare ballare e non pensare. Non ne volevo fare uno stile di vita, ma a volte era liberatorio.
Così in questo primo maggio avevo deciso di non vedere la notte. Ad un certo punto ero uscito dal locale senza la benchè minima cognizione del tempo. Fuori era giorno, dentro no. Gli unici soli lampeggiavano a ritmo i drum&bass e le teste che ondeggiavano erano gli alberi scossi dalla brezza del mattino. Nemmeno una finestra viva, non si intuiva niente di quel che c'era fuori. Dentro notte, fuori giorno.
Mi piaceva la luce del primo mattino, lo pensavo tornando a casa. Dovrei proprio alzarmi e fare fotografie a quest' ora. E allora perchè no. Salì in casa a prendere la macchina fotografica e poi giù di nuovo. Dentro Bologna. Accompagnarla mentre si risvegliava, presto e lentamente. Andare fuori e vedere chi lavorava mentre gli altri facevano festa. Da piccolo pensavo che "quelli che accendono e spengono i semafori lavorano anche a natale", ma allora avevo una visione mia esclusiva del mondo.
Ma l'edicolante il primo maggio lavorava, la studentessa che mi ha servito caffè e brioches anche. Due vecchi compagni di partito sorvegliavano il palco ancora chiuso con il tetto abbassato in piazza 8 Agosto. Discutevano di vini, sentivo il loro eco. Parlavano di quale fosse il più adatto per quell'ora della mattina. Trattavasi delle 8.20. Sarei ripassato più tardi dopo a vedere come proseguiva la loro giornata.
Lavorava il volontariato, che allestiva i banchetti, lavorava la polizia, quanta polizia. Sembrava che da soli ci facessimo male, senza quel controllo di facciata di squali che girano all'infinito intorno ad una piazza, col motore al minimo dietro i vetri corazzati. Andate a fare del bene, piuttosto.
Lavoravano i cinesi ed i pakistani che non chiudono mai bottega, alla luce dei fatti e molti anni dopo posso dire che forse sono loro che accendono e spengono i semafori a Natale.
Lavoravano i capetti studenteschi, che facevano colazione con umiltà, ascoltando il coordinatore del partito, annuendo. Poi si riunivano alla base studentesca, un piccolo gruppo di volontari senza alternativa, e avevano negli occhi la luce dei grandi capi politici.
Lavorava un attempato scrittore, che con la camicia sommariamente slacciata fa colazione scambiando due parole con il barista-sosia di Guccini. Uno scrittore non può esimersi dal lavorare, mai. Ogni attimo è catalizzazione, è raccolta, è un' antologia da riscrivere. Ogni faccia può riassestare il tuo mondo e il modo in cui lo vedi. Anche un attempato scrittore lavora il primo di Maggio.
E che dire di me, fotografo in erba a raccogliere immagini di repertorio sulla Bologna, la Bologna rossa, la Bologna dei vecchi e quella dei giovani, la Bologna che va in bicicletta e quella che parcheggia sulle piste ciclabili. Ed io? sto lavorando o sto nutrendo la mia curiosità verso il mondo? Sto pensando alla mia vita o sto pensando a quella degli altri che tanto mi piace cogliere, un po' qui un po' la?
Non lo so se sto lavorando o meno, però credo che la realizzazione sia questa. Essere sempre in bilico tra lo faccio per me, non lo faccio per me. Quando porto un piatto al ristorante non lo faccio per me, non godo.
Quando faccio una foto la faccio anche per me, si: diciamo che provo una specie di orgasmo quando vedo nel mirino lo specchietto balzare in alto e rimbalzare alla sua posizione iniziale nel giro di un quattromillessimo di secondo.
Un orgasmo breve, proprio breve.
Ma intenso.